LA FAVOLA DEI FRATI “MORTADELLAI”

6 giugno 2018

LA FAVOLA DEI FRATI “MORTADELLAI”

Pagina degli Statuti della Compagnia del Salaroli del 1376

(Museo Civico Medievale di Bologna)

Fa abbastanza sorridere che siano ancora in molti a credere alla storiella dei “frati” di un convento bolognese non meglio specificato, che avrebbero “inventato” la Mortadella in un momento imprecisato del Medio Evo. A mettere in giro per primi questa storiella furono Alessandro Cervellati e Giovanni Poggi, ma la raccontarono fra il serio e il faceto, quasi scherzando. Invece molti l’hanno presa sul serio. E c’è chi ha sentenziato: “È nata a opera dei frati bolognesi del Medio Evo una delle specialità più classiche della salumeria italiana”. Ci sono addirittura alcuni autori i quali, sulla rivista dell’Accademia Italiana della Cucina (Sconosciuta Mortadella, 2000/n. 105), riferiscono che gli scopritori della Mortadella furono i “fratres gaudentes” dell’Ordine monastico dei Cavalieri di S. Maria Vergine, che “in occasione di qualche riunione pervasa da un lieto entusiasmo religioso, pestarono così tanto la carne di maiale da ottenere una pasta finissima e appetitosa”. Non si sa da dove provenga questa amenità ma almeno fa sorridere. È bene però ricordare che l’Ordine religioso cavalleresco di S. Maria Gloriosa o Gaudiosa, ribattezzato dei “Frati Gaudenti” dal popolo e anche da Dante, è esistito veramente. Nacque infatti proprio sotto le Due Torri nel 1233. Quindi almeno la radice felsinea della Mortadella è salva anche se Bologna viene citata appena una volta dai due autori dell’articolo, ma solo attraverso i versi della poesia di Trilussa Er porco e er somaro che riprende la querelle speciosa del contributo asinino alla Mortadella di cui parleremo più avanti. Anche Leonardo Romanelli, nel volume I salumi d’Italia, mostra di credere ai ’frati Mortadellai’, definendo la regina dei salumi bolognesi “un felice connubio tra monaci e norcini che, insieme o separatamente, non è dato sapere, hanno inventato questo tipo di insaccato”.

Chiudiamo qui anche se su tale argomento ci si potrebbe divertire a lungo.

È indubbio che questo strombazzato intervento fratesco può avere fatto il gioco della Mortadella, almeno sotto il profilo promozionale. Infatti, la fantasia popolare rimane sempre intrigata quando ci sono di mezzo i monaci. Anche perché è abituata a immaginare che dietro le mura dei conventi, specie in passato, si celasse una sorta di Paese di Bengodi culinario, il che tuttavia non sempre è sbagliato. intendiamoci, nulla vieta che i frati possano avere avuto dei meriti nella creazione della Mortadella. Ma in questo caso niente autorizza a pensare che ci abbiano messo davvero lo zampino.
Alcuni autori attribuiscono invece più verosimilmente l’ideazione della Mortadella Bologna all’Arte dei Salaroli, il che è abbastanza plausibile, anche se Ia corporazione fu certamente l’erede di una tradizione salumaria ad essa preesistente.

Curioso invece quanto riferiscono altri, secondo i quali la prima manipolazione dell’insaccato sarebbe avvenuta ad opera dei Salaroli per festeggiare la nascita della loro corporazione nel 1376. L’unico guaio è che i conti non tornano perché questo sodalizio professionale bolognese è molto più antico, come attestano i primi statuti del 1242 che si conservano all’Archivio di Stato di Bologna. Inoltre, non esiste alcuna fonte che attesti una possibile coincidenza, in verità assai chimerica, tra la genesi della Mortadella e quella della compagnia dei Salaroli.
Sempre a proposito dell’epoca d’origine, c’è anche chi la posticipa all’età rinascimentale mentre altri la collocano nel secolo XVI.

In ogni caso il salume non fa la sua apparizione all’improvviso, quasi prodigiosamente. In altre parole, alle sue radici non c’è la fulminea o casuale intuizione di un ignoto inventore che a un certo punto fa scoccare la scintilla da cui inizia la marcia trionfale della Mortadella, come avviene in genere per le scoperte scientifiche.